martedì 22 settembre 2015

Macchina


il muro


Estinzione


Adozione ???


Cartello - Pericolo


Affido Condiviso


Cattivi ?


False accuse e figli manipolati, dov´è la novità?

Sta nascendo un certo clamore attorno al caso nato in Sardegna e terminato in Lombardia dove due fratelli, ormai adulti, confessano di aver subito 15 anni fa il condizionamento della madre e di aver confermato le false accuse che lei inventava.  
Obiettivo: togliere di mezzo il marito, nonché padre dei bambini, dal quale all’epoca si stava separando.
Dov’è la novità?

Ferdinando, la vittima del complotto, sta scontando la pena nel carcere di Sassari; ma è innocente, non ha commesso i reati per i quali è stato condannato, oggi lo scagionano gli stessi accusatori.
Ripeto: dov’è la novità?

Monitoriamo le false accuse dagli anni ’90, quando definivamo i casi  “numericamente poco rilevanti, ma indicatori di una tendenza da tenere sotto controllo”.
Poi nel nuovo millennio abbiamo rilevato una casistica più corposa e la abbiamo iniziata a classificare come “fenomeno emergente”, che ha registrato una ulteriore impennata dopo la legge sull’affido condiviso del 2006.  
Oggi le false accuse nelle separazioni sono ormai la prassi.
Sembra quasi che tutti gli uomini italiani siano intimamente pedofili; contengono a fatica le pulsioni morbose che rimangono latenti per anni, ma poi le slatentizzano secondo un singolare sincronismo, con precisione cronometrica, proprio al momento della separazione.
È ormai divenuto difficile esaminare gli atti di una giudiziale senza che compaiano atti persecutori e violenze di vario tipo, soprattutto a sfondo sessuale, soprattutto ai danni di minori, soprattutto “riferite” dai minori.
Che - caso strano - proprio quando i genitori si separano iniziano a “ricordare” di aver subito porcate dal padre quando avevano 6/7 anni, o  2/3, o anche meno.
Lo riferiscono alla madre - spontaneamente, è ovvio - che si precipita in Procura[1].
Denunce che perlopiù si rivelano infondate, ma l’importante è insinuare gravissimi reati compiuti dalla controparte, e il risultato è garantito.
Perché l’insinuazione, nelle more del giudizio penale, influenza il percorso civile.
In teoria non dovrebbe accadere, ma accade.
Va detto che non sempre le insinuazioni si concludono con le manette, solo le macchinazioni più “fortunate” riescono ad ingannare giudici tanto superficiali – e tonti, diciamolo – da cadere nel tranello e condannare un innocente.
Ma il risultato della strategia aggressiva è garantito anche in caso di assoluzione o proscioglimento in istruttoria del genitore ingiustamente accusato: gli incontri liberi con la prole vengono immediatamente interrotti, poi l’avvio di incontri protetti, supervisione dei servizi, relazioni periodiche, un percorso che nella migliore delle ipotesi dura un anno, anche tre o quattro, in alcuni casi cinque ed oltre.
E a chi ha orchestrato tutto non succede mai niente.

Studiamo da anni questo ed altri aspetti del filone malagiustizia, portando ricerche, monitoraggi, approfondimenti e dossier in dozzine di seminari di studio, convegni, corsi di formazione, master universitari, persino nelle audizioni parlamentari.
Per chi studia il fenomeno non è una novità che genitori disonesti ed avvocati ancora più disonesti ricorrano allo sconfinamento penale per aggirare l’iter civile. La problematica è nota al Consiglio dell'Ordine, sono nati diversi codici etici, ma poi all'atto pratico il fenomeno non diminuisce affatto.
Non è una novità che non esista un deterrente per chi ricorre alle accuse strumentali.
Non è una novità che la moltiplicazione della casistica nasca dalla sostanziale garanzia di impunità per chi utilizza in tribunale false accuse studiate a tavolino.
Non è una novità che siano le stesse operatrici di giustizia a lamentare l’80% di false accuse strumentali, proprio in concomitanza con separazioni e divorzi.  
Non è una novità - purtroppo - nemmeno che giudici incapaci emettano sentenze sbagliate; la cronaca giudiziaria è costellata di errori giudiziari macroscopici, frutto indagini lacunose e/o valutazioni superficiali.
Da Enzo Tortora ai giorni nostri sono centinaia i casi noti, ancora più enorme è il sommerso poiché è ovvio che non tutti gli innocenti condannati abbiano l’attenzione dei media. 
Ma rischiamo di aprire un panorama troppo ampio, lo tratteremo prossimamente.

Quindi nulla di nuovo sul fronte “false accuse”, la manipolazione dei figli per poterli utilizzare contro l’ex è un copione fin troppo noto già visto tante volte, troppe.
Chi si stupisce finge di non sapere.
È la dinamica manipolatoria che deve essere debellata, perché - piaccia o meno - nuoce ai figli prima ancora che al padre falsamente accusato.
Poi pazienza se qualcuno si affanna da anni a sostenere che i bambini dicono solo la verità, non possono essere alienati, la manipolazione non esiste ed è una scusa inventata dai padri pedofili perché non è nel DSM.
Chiedetelo a Michele e Gabriele se la manipolazione non esiste, alle migliaia di Michele e Gabriele che ancora non hanno trovato la forza di liberarsi del guinzaglio.
Poi col tempo la sudditanza psicologica ed il conflitto di lealtà si affievoliscono.
I bambini divenuti adulti iniziano ad aprirsi, a riconoscere lo schifo che hanno assorbito per anni, a rifiutare la Falsa Verità che stata loro inculcata, a fare i conti con la propria coscienza, con le menzogne che sono stati costretti a riferire per assecondare il disegno criminale della madre.
Questa vergogna la hanno tenuta dentro negli anni dell’adolescenza, ora la pressione si è fatta troppo forte e preme per uscire.
E parlano, scrivono, pubblicano, anche se nessun fiume catartico potrà azzerare il male che hanno fatto e subito.
I fratelli di Brescia non sono i primi, ci sono precedenti illustri anche quest’anno


L’unico elemento nuovo rispetto allo standard delle false accuse è il memoriale.
Gabriele non ha atteso di diventare adulto, ha provato anche in precedenza a liberarsi del fardello di menzogne scagionando il padre innocente,  
 “Nostra madre voleva la separazione, e ci spinse a mentire”; questo uno delle preziosi passaggi di un memoriale in cui il fratello maggiore, Gabriele, ora 24enne, confessa che gli abusi denunciati da lui e il fratellino nei confronti del padre, altro non erano che pure menzogne. Il diario fu consegnato agli educatori di una comunità del bresciano, dove il giovane ha vissuto fino alla maggiore età; ma nessuno rivelò la verità.


Il diario con la ritrattazione non è mai arrivato in tribunale.
Ingenua dimenticanza o omissione dolosa?
La magistratura cercherà di fare luce, ma temo che sarà difficile arrivare alla verità.
È passato troppo tempo, chissà se i responsabili della comunità bresciana sono sempre gli stessi, chissà se la comunità esiste ancora, chissà se è possibile rintracciare gli operatori dell’epoca.
E poi, dopo 15 anni, è facile trincerarsi dietro un muro di “non ricordo”.
Non è possibile prevedere ciò che verrà detto agli inquirenti, ma è possibile prevedere ciò che non verrà detto.
Nessuno dirà “non ho rivelato l’esistenza del diario perché odio Ferdinando, il padre dei ragazzi”
Nessuno dirà “la madre mi ha pagato per nascondere il diario”
Nessuno dirà “non l'ho consegnato perchè a noi conveniva che Ferdinando restasse in galera, se lo avessero riconosciuto innocente magari gli avrebbero restituito anche i figli. E noi avremmo perso le rette per tutti quegli anni”
No, questo sono certo che non verrà mai detto.

FN
 
[1] Talvolta anche con registrazioni-autogol, veri e propri interrogatori ai figli pieni di domande induttive

Family Chopping


stalking 3


stalking 2


stalking 1




BICI 1





Barbie


martedì 11 agosto 2015

Morelli, una garanzia. Se vuoi farti due risate


Forse a qualcuno è sfuggito, ma lo psichiatra Raffaele Morelli se ne è uscito così


c'è pure l'audio, non ve lo perdete

Beh, non sottovalutiamo il fatto che il buon Morelli è autore di saggi indimenticabili come Dimagrire è facile, Pensa Magro, Dimagrire senza dieta, Felicità istruzioni per l'uso, La felicità è dentro di te, Corso pratico di Autostima, Ama e non pensare, Non siamo nati per soffrire, Guarire senza medicine, Il segreto dell'amore felice, I consigli per vivere bene.

Il Guru del luogo comune o l'orgoglio della Psichiatria italiana?
Attendo con trepidazione che pubblichi qualcosa pure su come vincere al totocalcio.

Per adesso t
anta comprensione per il povero Morelli, chissà che infanzia triste deve aver avuto.
Raffaele finisci il latte;
Raffaele fai il ruttino;
Raffaele togli le dita dal naso;
a Raffae’, e dormi, cazzo;
Raffaele, mastica con la bocca chiusa;
Raffaele, io t’ho messo al mondo ma adesso, quantevveroddio, ti strozzo
Raffaele non fare il saputello che poi a scuola ti gonfiano;
Raffy, ormai hai 15 anni, è ora di togliere il pannolino;
Raffaele, te l’ho detto mille volte, tira la catena;
Raffaele, smettila di chiuderti in bagno che diventi cieco;
RAFFAEEELEEEEEE … !

Sempre e solo la madre, il padre non gli ha mai rivolto la parola?
Che tristezza !
Da quello che dice emergono tre possibilità: 

1.    il papà non lo chiamava mai, lo ha ignorato fino a 18 anni
2.    il papà ha perso la favella quando lo ha visto in sala parto
3.    il papà è scappato di casa appena ha capito che da grande il figlio avrebbe detto stronzate quando lo intervistavano.

Anzi, esistono altre dolorose possibilità come un padre sordomuto, un padre morto prima che lui nascesse, oppure non ha mai saputo chi fosse il padre … ma voglio considerare solo le tre opzioni principali, le più verosimili.

Poi Raffy è cresciuto, papà e mamma lo hanno fatto studiare (o solo mamma?) e ora prova a buttarla sullo scientifico, sale in cattedra con la menata della tattività acustica che temo serva a strappare consensi materni, oltre che a far dire a qualche ascoltatore ma come parla bene questo qui!.
Ok Raffae’, facciamo finta che sia come dici tu, ma il padre non esiste?
Cioè, stai parlando degli orfani di guerra o di tutti i bambini?
Devo rivelarti un segreto ma tieniti forte, forse ti stupirà: ci sono anche i padri.
C’erano pure quando papà e mamma (o solo mamma?) ti hanno pagato l’università, ma negli ultimi tempi il ruolo paterno si è evoluto parecchio, aggiornati.
I nuovi padri sono molto più partecipi nel percorso di crescita dei figli, parlano al figlio già prima del parto (proprio per rendere la voce paterna familiare al nascituro, pensa un po’), cantano filastrocche e raccontano favole mentre accarezzano il pancione della mamma, fanno i corsi pre-parto, sono presenti alla nascita, si alzano di notte per cullare i figli, massaggiano le gengive quando spunta il dentino, poi li seguono a scuola e nelle attività extrascolastiche.
Ma soprattutto – notizia che spero non ti sconvolgerà – parlano con i figli, giocano, amano trascorrere del tempo anche facendo le cose più semplici, come insegnare loro a colorare o fare il cavalluccio a quattro zampe sul pavimento.
Puoi anche avere un bagaglio di esperienze personali e/o lavorative diverse, ma i padri presenti sono una realtà.
Ovviamente non sono tutti così, ma esistono.
Se tu non li conosci pazienza, ma non vuol dire che non esistano.

Quindi arriva la vena integralista, Raffaele “Adolf” Morelli detta al mondo le sue Verità


I padri non devono parlare ai figli, è un’esclusiva materna
I padri non devono entrare in sala-parto, è un’esclusiva materna
I padri non devono partecipare alla scelta del nome, è un’esclusiva materna perché (questa è bellissima) “la mamma lo ha dentro il suo mondo interno, pesca il nome dall’immensità acquatica”.
E, ciliegina sulla torta, chi non la pensa come lui è un cretino.
Morelli dixit.
Democratico lo psichiatra, alla faccia della libertà d’opinione.

Raffaele, se ne sei veramente convinto non limitarti ai proclami al microfono, agisci, porta le tue dotte teorie alla Procura della Repubblica.
Sporgi denuncia per maltrattamenti all’infanzia contro tutti i primari di ostetricia degli ospedali italiani che accettano i padri in sala-parto, contro tutti i centri Nascita Montessori che organizzano corsi pre-parto per la coppia, contro tutti i padri che hanno avuto la sfrontatezza di chiedere “che ne dici se la chiamiamo Lucia?
Vediamo che ti rispondono in Tribunale.

Morelli, grazie di esistere, sei meglio di Woody Allen.


Gion Uein, Gionni per gli amici

Boldrini - indignazione a comando

Boldrini: lo spot con donne in cucina non corrisponde alla realtà.

La Presidente (ssa) della Camera ci rivela una grande Verità: le campagne pubblicitarie potrebbero non rispecchiare il mondo reale.
Beh, meno male che ce lo ha detto lei, non se ne era accorto nessuno.
Tuona che la donna in cucina non corrisponde a verità perché ormai in famiglia, dice la Boldrini, “ciascuno fa la sua parte”.
Sarà anche vero che gli equilibri in famiglia sono cambiati, la colazione la può preparare anche il marito e la tavola la possono sparecchiare anche i figli, ma allora è curiosa la levata di scudi solo per lo spot della donna in cucina, non per il commesso che si alza di notte e va a controllare la frutta  al supermercato. Quello è reale?

La pubblicità è idealizzazione, è basata su situazioni che con la realtà non hanno nulla a che fare:
se vai in banca il mutuo te lo tirano dietro
se usi quel profumo diventi una star
se bevi acqua minerale gli uccellini ti parlano
se usi l’assorbente giusto ti viene voglia di paracadutismo
se stappi un aperitivo arriva il biondo vestito da sub
se mastichi chewingum sconfiggi il mostro sputafuoco
se vai al mulino trovi il fornaio che parla con la gallina
se porti in tavola carne in scatola la famiglia impazzisce di gioia
se compri il panno giusto la polvere fa le valigie e se ne va da sola
se hai bruciori di stomaco arrivano i pompieri con la schiuma bianca
se hai mal di gola serve la pasticca per ammazzare i diavoletti
se hai un incidente l’assicuratore ti riporta a casa in braccio
e soprattutto, se incontri un consulente della banca col cerchio devi sapere che non gliene frega niente delle sue provvigioni, per lui l’unica ragione di vita sono i tuoi interessi.
Tutti spaccati di vita, quella reale.
Qualcuno spieghi alla Presidente (ssa) la differenza fra un‘inchiesta giornalistica ed uno spot pubblicitario.
È gioco, fantasia, paradosso.
Non crederà davvero che se mangia sofficini si ritrova a tavola Carletto diavoletto?
La famiglia del mulino bianco è un’espressione usata ormai come sinonimo di mondo ideale ma inesistente, lo sa la Presidente (ssa)?

Però si può fingere su tutto ma non sulla donna, su questo la Boldrini è intransigente.
La deriva gender oriented le fa dire persino che certe pubblicità sono permesse solo in Italia, altrove non esisterebbero.
Ovvio, l’Italia come sempre è invischiata nella melma maschilista …
Infatti nel civile e progredito Nord Europa, ecco la donna in cucina  




È il brand olandese SuitSupply, abbigliamento ed accessori.
Ma loro sono moderni, altro che l’arretratezza nostrana.
Ah, non solo in cucina, c’è pure la donna in salotto, sulle scale, in spiaggia, sott’acqua


Noi si che mercifichiamo il corpo femminile, certe cosacce si vedono solo in Italia
Ma da loro è chiaro che si tratta di un paradosso, infatti il marchio SuitSupply è persino fornitore ufficiale della nazionale olimpica olandese



Trovo francamente offensive alcune libertà che si prendono i creativo del gruppo. Tuttavia se non hanno nulla da ridire al comitato olimpico di Amsterdam, contenti loro …  
L’Olanda non è l’unico Paese nordeuropeo ad utilizzare in modo discutibile l’immagine femminile, ecco una botta di finezza targata Germania. 



Trovo anche eccessiva la crociata della Boldrini, basta col lamentarsi che “certe cosacce” succedono solo da noi perché la donna in Italia è umiliata e strumentalizzata dalla pubblicità sessista;  forse prima di scagliarsi contro l’immagine della mamma che al mattino - in castigatissima vestaglia - prepara il caffellatte ai figli, potrebbe fare qualche telefonata ai colleghi che vivono all’estero.

Gion Uein


Questo è il link delle dichiarazioni integrali della Boldrini

Bettirossa 2015

Riecco la Bettirossa, stavolta si aggrega alla protesta per le dichiarazioni della Hunziker in tv.
Anzi, l’attacco alla showgirl svizzera sembra essere solo il pretesto: l’indignazione di Bettirossa & C. si allarga alla proposta di legge dell’avvocato Giulia Bongiorno, che ha osato ipotizzare un deterrente nei confronti di chi ostacola le relazioni genitore-figli.
In molti per anni hanno intasato la rete urlando che la PAS non è una sindrome, poi viene riconosciuto che pur non essendo una sindrome gli effetti dell’alienazione sono un maltrattamento dei minori.
quindi ecco che cambia la strategia: non dovrebbe esistere nemmeno il termine alienazione.
È curioso che al grido di “la PAS non esiste” le indignate tentino di screditare una proposta di legge che non parla affatto ne’ di PAS, ne’ di alienazione scollegata dalla sindrome
In concretoecco la proposta:

È punito con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque, nell’ambito delle relazioni familiari o di affido, compiendo sul minore infraquattordicenne ripetute attività denigratorie ai danni del genitore ovvero limitandone con altri artifizi i regolari contatti con il medesimo minore, intenzionalmente impedisce l’esercizio della potestà genitoriale. Se il fatto è commesso con violenza o minaccia reiterata, si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni. Se dal fatto deriva una rilevante modificazione dell’equilibrio psichico del minore, le pene sono aumentate
La Bettirossa si lancia su un terreno a lei caro, ricordando come la Parental Alienation Syndrome venga ritenuta una bufala dalla stessa Cassazione che non ha dato valore alla diagnosi di PAS su Lorenzo, il bambino di Cittadella (ricordate il filmato a Chi l’ha Visto?) allontanato dalla madre che rifiutava di rispettare i provvedimenti del giudice.
Citare Cittadella è un autogol clamoroso per la Bettirossa e tutta la schiera di demonizzatori della proposta Bongiorno.
Infatti proprio il caso di Cittadella ha fatto scuola, sbriciolando tutti i più accaniti allarmismi antiAlienazione.
È vero che la Cassazione nel 2012 ha annullato il provvedimento e rinviato a nuova sezione di Corte d’Appello perché la motivazione dell’allontanamento di Lorenzo era, nero su bianco, la PAS. Quindi a sentenza cassata il bambino è dovuto tornare dalla madre che, riportavano i giornali, ha cantato vittoria. 
Poi però la corte d’Appello di Brescia ha semplicemente eliminato la dicitura “PAS” confermando tutto il resto: ha confermato la decadenza della potestà genitoriale materna in vigore già da cinque anni; ha confermato i danni subiti da Lorenzo a causa della manipolazione subita nell’ambiente materno, nonni compresi; ha confermato la necessità di proteggere il minore da ulteriori maltrattamenti allontanandolo dal contesto familiare dimostratori pregiudizievole.
Tutto come prima: Lorenzo per essere protetto doveva essere allontanato dalla madre che gli ha causato e continuava a causargli dei danni.
Quindi la Cassazione aveva riconosciuto un vizio di forma, non di sostanza.
Infatti anche per la seconda Corte d’Appello le dinamiche ostative messe in atto dalla madre andavano sanzionate e la misura di protezione per il minore non poteva che essere l’allontanamento dalla famiglia manipolante, essendo dette dinamiche l’unico motivo del rifiuto di Lorenzo ad incontrare l’altro genitore.
Risultato?
Lorenzo oggi vive tranquillamente col padre, quello che secondo la sollevazione anti Bongiorno dovrebbe essere un pericoloso pedofilo, nonchè un uomo violento nei confronti del figlio e, ovviamente, della moglie.
Il rifiuto di Lorenzo nei confronti del genitore “violento”, “abusante”, “maltrattante” era quindi genuino, o indotto attraverso un accanito condizionamento?
Per quale motivo - visto che la PAS non sarebbe altro che uno strumento in mano ai padri pedofili - Lorenzo non rifiuta più di incontrare il suo aguzzino appena viene liberato dalle pressioni ostili al padre?
Curioso come, quando la spontaneità del figlio non viene più inquinata, sfumino in un attimo tutti i motivi pretestuosi dell’ostilità antipaterna. 
Ma quel disgraziato di Gardner non aveva concepito uno strumento perverso da consegnare in mano ai pedofili, o come minimo violenti?
L’ideologia allarmistica crolla come un castello di carte: nessuna condanna a carico del padre per pedofilia, e/o percosse, e/o maltrattamenti, e/o lesioni, e/o minacce, e/o atti persecutori, o altro ancora. 
Il padre - capovolgendo l’orientamento prevalente da 50 anni - nel caso di specie è stato riconosciuto l’unico genitore in grado di difendere il figlio dal coinvolgimento strumentale nella lite giudiziaria, dinamica invece messa in atto dalla madre ininterrottamente per oltre 8 anni.
Di contro il genitore dannoso per Lorenzo - piaccia o meno ai crociati anti Bongiorno - è la madre, evidenza accertata dai giudici di due diverse Corti d’Appello, nonché da quattro diversi consulenti tecnici succedutisi negli anni. 
Ma la Bettirossa continua a citare Cittadella.
Di tutelare i minori non glie ne frega niente a nessuno, l’importante è la difesa ideologica delle madri come categoria superiore.

Anche se maltrattanti.

lunedì 10 agosto 2015

Il Tribunale per i Minorenni, autentico baluardo dei diritti dell’infanzia
Della serie: è difficile crederci, ma questi li paghiamo pure


Oggi forniamo una ulteriore dimostrazione di cosa il Tribunale per i Minorenni intenda per interesse del minore.
O meglio, di come riesca a storpiare l’interesse del minore, il diritto alla bigenitorialità, l'affidamento condiviso.
Nulla di nuovo, purtroppo è la seconda puntata di una vicenda - umana prima ancora che processuale - che grida vendetta ad ogni nuovo atto.
Per chi volesse approfondire le prime bestialità sono descritte al link


il signor S.S. viene lasciato dalla convivente il giorno stesso in cui lei sa di essere incinta, quindi viene allontanato dal figlio prima ancora che nasca.
Il 19 agosto 2014 scrivevamo 

Aspre lotte in tribunale per poter riconoscere il bimbo, poi lotte ancora più aspre per iscriverlo all’anagrafe e potergli dare il cognome: l’opposizione della madre ha ceduto solo di fronte alla prova del DNA, ma la signora continua ad ostacolare la paternità con ogni stratagemma: prova ne sia che, nonostante tutto, dopo quasi due anni il bimbo ha ancora solo il cognome materno

Aggiornamento: il decreto che aggiunge il cognome paterno a quello materno è arrivato la settimana scorsa, in risposta ad una istanza del 2012. Una saetta.
Le misure provvisorie ed urgenti nel 2013 disponevano la misura (follemente assurda per chi scrive, evidentemente no per chi l’ha stabilita) di incontri padre-figlio al bar, due ore per due giorni a settimana.
D’altra parte la madre “concede” questo e nulla più, che ci vuoi fare …
È lecito chiedersi se il ruolo del giudice sia ancora quello di assumersi delle responsabilità, se sia ancora quello di prendere decisioni nel superiore interesse del minore, o sia ormai circoscritto a ratificare ciò che un genitore è disposto a concedere all’altro.
Se così fosse cosa si va a fare in tribunale? I genitori chiedano servilmente il permesso alla controparte e si accontentino di ciò che benevolmente “concede”, tanto il giudice non si discosterà troppo dal diktat del genitore prevalente[1], quello a cui il tribunale consegna ufficiosamente il potere di veto.
Nel caso di specie - come sempre, o quasi - compare la parola magica: l’immancabile conflittualità che serve a giustificare l’inerzia del sistema e l’incapacità di adottare misure concrete a tutela del diritto del minore alla bigenitorialità.
Perché questa coppia sarebbe conflittuale? 
Lei vuole escluderlo e lui, pensa un po’, non vuole essere escluso; non accetta passivamente di perdere il figlio, quindi secondo il Sistema è conflittuale tanto quanto chi lo ostacola.
Una conversazione surreale, avvenuta realmente anche se diluita in udienze successive.

LUI: “posso vedere il bambino?”
LEI: “no”
LUI: “ma dai, fammi vedere il bambino”
LEI: “no”
GIUDICE:, “lo sapevo, non riuscite a trovare un accordo quindi siete conflittuali”
LUI: “scusi, ma vedere anche il padre non sarebbe un diritto del bambino?”
GIUDICE: “in teoria si, ma la mamma che dice?”
LEI : “non se ne parla proprio”
GIUDICE: “visto? che ci posso fare, siete conflittuali”
LUI: “lei detta le regole e io devo obbedire … questa non è trattativa, è dittatura”
GIUDICE: “in effetti … signora, ci vuole ripensare?”
LEI: “no”
GIUDICE: “ok, allora se la signora vuole il bar tu vedi tuo figlio nel bar” 

Non è finita, il Tribunale ha il potere di stupire: adotta misure sbilanciate a sfavore del genitore penalizzato.
Penalizzato quindi due volte: prima dall’ostracismo della madre, poi dall’ottusità della giustizia.   



Visto che c’è conflittualità, diamo incarico al servizio sociale di valutare la genitorialità paterna.
E quella materna, no?
Risulta agli atti che la madre si dimostra accanitamente possessiva, da anni, quindi mettiamo il padre sotto la lente di ingrandimento.
Follia lucida, legittimata da migliaia di provvedimenti simili.
Non è che per caso, e dico per caso, sarebbe necessario valutare se questa madre è in grado di comprendere i diritti del figlio?
Nessuno ha sentito il bisogno di valutare se la madre abbia agito negli interessi del minore – o della soddisfazione di un suo rancore personale –, al momento di escludere il padre opponendosi al riconoscimento, di “concedere” due ore di incontri, di imporre il bar come unica sede, di far saltare decine di appuntamenti, di ostacolare ripetutamente le modalità di visita già gravemente limitate nei tempi e nei modi.   
Ma in Italia funziona così, le verifiche sull’adeguatezza genitoriale le fanno sul genitore escluso, non su quello escludente.
Risultato: un anno di percorso presso i Servizi Sociali, padre e figlio si incontrano due pomeriggi a settimana presso lo spazio neutro dei Servizi.
Relazione positiva, il padre è perfettamente in grado di occuparsi del figlio, gli incontri possono anche avvenire senza la supervisione dei Servizi.
Però - si sa - tutto va fatto gradatamente, guai a consentire che padre e figlio possano incontrarsi senza ingerenze esterne e magari, pensa che stranezza, sviluppare una sana familiarità.
Non sia mai, mezz’ora di libertà deve essere conquistata con le unghie e con i denti, del diritto del minore non gliene frega niente a nessuno quindi le nuove misure dicono: un giorno nello spazio neutro, un altro fuori ma con babysitter al seguito.

LUI: “perché la babysitter?”
SERVIZI: “l’ha chiesta la signora, così è più tranquilla”
LUI: “ insomma pure con voi comanda lei, allora ditelo”
SERVIZI: “ma no, non sia conflittuale”
LUI: “vuole sempre qualcuno che controlli, non accetta che io stia da solo col bambino”
SERVIZI: “in effetti … signora, andrebbe bene pure senza babysitter?”
LEI: “assolutamente no”
SERVIZI: “ok, allora che babysitter sia”  

Questa storia si dimostra una collezione di anomalie, una più inconcepibile dell’altra, sempre in ragione dell’appiattimento istituzionale sulle imposizioni materne.
Non bastava l’assurdità del bar, ora ci si mette pure la babysitter.
Curioso, perché la figura della babysitter nasce per occuparsi della prole in assenza dei genitori, se ci sono il padre, la madre o i nonni diventa superflua.
O meglio, nasce per sorvegliare i bambini quando i genitori vanno al cinema o a cena fuori, non per sorvegliare il padre che sta sullo stomaco alla madre.
Però il signor S.S. è stato costretto a digerire anche questo, altrimenti sarebbe stato conflittuale.
Alla fine anche i Servizi si arrendono all’evidenza: la babysitter non serve a niente e arrivano gli incontri liberi, senza più guardiani di nessun tipo. 
Padre e figlio si vedono due pomeriggi a settimana, senza pernottamento, senza mai un sabato o una domenica.
Misure ancora fortemente restrittive, ma rappresentano una grande conquista per chi ha sempre subito l’imposizione del cane da guardia.
Ma soprattutto c’è grande attesa per la liberazione finale che arriverà col provvedimento del Tribunale, all’esito della relazione dei Servizi.
Il signor S.S. ha sopportato anche l’insopportabile per tre anni di ostracismo senza limiti, alla fine del percorso nutre la legittima aspettativa che per suo figlio vengano stabilite misure “normali” che gli consentano di preparargli un pranzo, di portarlo una domenica al circo, di raccontargli una favola per farlo addormentare.
Però siamo a Roma dove operano giudici molto particolari che, senza vergognarsi, riescono a produrre questo



Affidamento condiviso, partono bene …
Poi però sbracano: tre ore due pomeriggi a settimana, niente sabato, niente domenica, niente pernottamenti, niente vacanze, impossibile persino cenare o pranzare insieme …
Però è affido condiviso, almeno secondo la singolare interpretazione che ne fa il Tribunale per i Minorenni di Roma.
Forse i giudici pensano che il bimbo sia piccolo, sarebbe traumatizzante strapparlo dalle braccia della madre troppo a lungo; va bene se trascorre 6 ore al nido, 5 coi nonni o 4 con la zia, ma guai a lasciarlo col padre per 3 ore e mezza. 
In fondo ha “solo” due anni e 9 mesi, forse secondo i giudici bisogna attendere il compimento dei tre anni per avere il pernottamento, le vacanze, etc.
Invece no


Si rischia di impazzire: aggiungono il sabato o la domenica, ma tolgono uno dei due pomeriggi infrasettimanali.
E certo, questo padre mica può essere invadente, se vuole la domenica deve pur rinunciare a qualcosa altrimenti diventa troppo presente nella vita del figlio.
Ha il condiviso, che altro vuole?
Ho forti dubbi che questo sia il diritto del minore alla bigenitorialità, ma per fortuna non sono un giudice. 
Loro sanno tutto e decidono sempre al meglio, non so come facciano ma lo fanno.
Poco poco, piano piano, un po’ alla volta, senza fretta …
Dopo tre anni di ostracismo ed un anno di osservazione dei Servizi con relazioni ottime, il Tribunale dice che il diritto del minore è appagato con due visitine di 3 ore.
Di questo passo per trascorrere un weekend col padre si dovrà arrivare al 2017, nel 2019 forse si potrà pensare al weekend più due pomeriggi, nel 2020 a 15 giorni di vacanza, per averne 30 dovrà aspettare la patente.
Sempre nel pieno rispetto del diritto del minore e sempre se la madre non si oppone, altrimenti il padre o china la testa o diventa conflittuale.      

Facciamo chiarezza una volta per tutte.
Avere un figlio non è circoscrivibile all’attività biologica necessaria al concepimento, e nemmeno ai nove mesi della gravidanza; la scelta di procreare comporta un insieme di doveri che entrambi i genitori assumono nei confronti del nascituro.
Nel caso in cui uno dei genitori voglia emarginare l’altro dalla vita dei figli, un sano attaccamento comporta che l’escluso non accetti passivamente di perdere o limitare i contatti con la prole per assecondare il delirio di onnipotenza dell’altro.
Tuttavia se osa contrastare gli ostacoli, ovviamente con gli strumenti previsti dalla legge, diventa conflittuale.
Quando la percezione di genitorialità è su livelli diversi può accadere che un genitore la intenda come “la proprietà esclusiva del figlio è un mio diritto, stanne fuori”, l’altro come “vorrei avere anch’io uno spazio, la mia quota di doveri e compiti di cura”.
L’agito dell’uno non è nemmeno paragonabile a quello dell’altro - nella forma e nella sostanza, negli obiettivi e nelle motivazioni - ma una lettura miope non permette di distinguere.
Sarebbero conflittuali, al plurale.
Esiste una conflittualità unilaterale, è ora saperla riconoscere senza più lavarsene le mani.   
Uno riconosce il ruolo dell’altro e la complementarietà delle figure genitoriali, fondamentali nel processo di crescita dei figli; l’altro riconosce solo il proprio ruolo e vorrebbe imporlo come modello unico alla prole, disconosce il ruolo altrui, lo delegittima come inutile, superfluo.
Uno in sintesi interpreta la genitorialità come monopolio, l’altro come compartecipazione; se un genitore lotta per esserci solo lui e l’altro per esserci anche lui, non è possibile ipotizzare una simmetria di piani valutativi.
Ma da noi non sanno fare altro.
E li paghiamo pure.



[1] - affidatario prima del 2006, collocatario dopo la riforma-farsa dell’affido condiviso -  ma sempre genitore sovraordinato nel processo di crescita della prole, esattamente ciò che il Legislatore intendeva eliminare.