Il Tribunale per i
Minorenni, autentico baluardo dei diritti dell’infanzia
Della serie: è
difficile crederci, ma questi li paghiamo pure
Oggi forniamo una
ulteriore dimostrazione di cosa il Tribunale per i Minorenni intenda per interesse del minore.
O meglio, di come
riesca a storpiare l’interesse del minore, il diritto alla bigenitorialità, l'affidamento condiviso.
Nulla di nuovo,
purtroppo è la seconda puntata di una vicenda - umana prima ancora che
processuale - che grida vendetta ad ogni nuovo atto.
Per chi volesse
approfondire le prime bestialità sono descritte al link
il signor S.S. viene
lasciato dalla convivente il giorno stesso in cui lei sa di essere incinta, quindi
viene allontanato dal figlio prima ancora che nasca.
Il 19 agosto 2014
scrivevamo
“Aspre lotte in tribunale per
poter riconoscere il bimbo, poi lotte ancora più aspre per iscriverlo
all’anagrafe e potergli dare il cognome: l’opposizione della madre ha ceduto
solo di fronte alla prova del DNA, ma la signora continua ad ostacolare la
paternità con ogni stratagemma: prova ne sia che, nonostante tutto, dopo quasi
due anni il bimbo ha ancora solo il cognome materno”
Aggiornamento: il decreto
che aggiunge il cognome paterno a quello materno è arrivato la settimana scorsa,
in risposta ad una istanza del 2012. Una saetta.
Le misure provvisorie
ed urgenti nel 2013 disponevano la misura (follemente assurda per chi scrive, evidentemente
no per chi l’ha stabilita) di incontri padre-figlio al bar, due ore per due
giorni a settimana.
D’altra parte la madre
“concede” questo e nulla più, che ci vuoi fare …
È lecito chiedersi se
il ruolo del giudice sia ancora quello di assumersi delle responsabilità, se
sia ancora quello di prendere decisioni nel superiore interesse del minore, o
sia ormai circoscritto a ratificare ciò che un genitore è disposto a concedere
all’altro.
Se così fosse cosa si
va a fare in tribunale? I genitori chiedano servilmente il permesso alla
controparte e si accontentino di ciò che benevolmente “concede”, tanto il giudice non si
discosterà troppo dal diktat del genitore prevalente,
quello a cui il tribunale consegna ufficiosamente il potere di veto.
Nel caso di specie -
come sempre, o quasi - compare la parola magica: l’immancabile conflittualità che serve a giustificare
l’inerzia del sistema e l’incapacità di adottare misure concrete a tutela del
diritto del minore alla bigenitorialità.
Perché questa coppia
sarebbe conflittuale?
Lei vuole escluderlo e lui, pensa un po’, non vuole
essere escluso; non accetta passivamente di perdere il figlio, quindi secondo
il Sistema è conflittuale tanto quanto chi lo ostacola.
Una
conversazione surreale, avvenuta realmente anche se diluita in udienze successive.
LUI: “posso vedere il
bambino?”
LEI: “no”
LUI: “ma dai, fammi
vedere il bambino”
LEI: “no”
GIUDICE:, “lo sapevo, non
riuscite a trovare un accordo quindi siete conflittuali”
LUI: “scusi, ma vedere
anche il padre non sarebbe un diritto del bambino?”
GIUDICE: “in teoria si,
ma la mamma che dice?”
LEI : “non se ne parla
proprio”
GIUDICE: “visto? che
ci posso fare, siete conflittuali”
LUI: “lei detta le
regole e io devo obbedire … questa non è trattativa, è dittatura”
GIUDICE: “in effetti …
signora, ci vuole ripensare?”
LEI: “no”
GIUDICE: “ok, allora se
la signora vuole il bar tu vedi tuo figlio nel bar”
Non è finita, il
Tribunale ha il potere di stupire: adotta misure sbilanciate a sfavore del
genitore penalizzato.
Penalizzato quindi due
volte: prima dall’ostracismo della madre, poi dall’ottusità della giustizia.
Visto che c’è
conflittualità, diamo incarico al servizio sociale di valutare la genitorialità
paterna.
E quella materna, no?
Risulta agli atti che la
madre si dimostra accanitamente possessiva, da anni, quindi mettiamo il padre
sotto la lente di ingrandimento.
Follia lucida,
legittimata da migliaia di provvedimenti simili.
Non è che per caso, e
dico per caso, sarebbe necessario valutare se questa madre è in grado di
comprendere i diritti del figlio?
Nessuno ha sentito il
bisogno di valutare se la madre abbia agito negli interessi del minore – o
della soddisfazione di un suo rancore personale –, al momento di escludere il
padre opponendosi al riconoscimento, di “concedere” due ore di incontri, di
imporre il bar come unica sede, di far saltare decine di appuntamenti, di ostacolare
ripetutamente le modalità di visita già gravemente limitate nei tempi e nei
modi.
Ma in Italia funziona
così, le verifiche sull’adeguatezza genitoriale le fanno sul genitore escluso,
non su quello escludente.
Risultato: un anno di percorso
presso i Servizi Sociali, padre e figlio si incontrano due pomeriggi a
settimana presso lo spazio neutro dei Servizi.
Relazione positiva, il
padre è perfettamente in grado di occuparsi del figlio, gli incontri possono
anche avvenire senza la supervisione dei Servizi.
Però - si sa - tutto va
fatto gradatamente, guai a consentire che padre e figlio possano incontrarsi
senza ingerenze esterne e magari, pensa che stranezza, sviluppare una sana
familiarità.
Non sia mai, mezz’ora
di libertà deve essere conquistata con le unghie e con i denti, del diritto del
minore non gliene frega niente a nessuno quindi le nuove misure dicono: un
giorno nello spazio neutro, un altro fuori ma con babysitter al seguito.
LUI: “perché la
babysitter?”
SERVIZI: “l’ha chiesta
la signora, così è più tranquilla”
LUI: “ insomma pure con
voi comanda lei, allora ditelo”
SERVIZI: “ma no, non
sia conflittuale”
LUI: “vuole sempre
qualcuno che controlli, non accetta che io stia da solo col bambino”
SERVIZI: “in effetti … signora,
andrebbe bene pure senza babysitter?”
LEI: “assolutamente no”
SERVIZI: “ok, allora
che babysitter sia”
Questa storia si
dimostra una collezione di anomalie, una più inconcepibile dell’altra, sempre
in ragione dell’appiattimento istituzionale sulle imposizioni materne.
Non bastava l’assurdità
del bar, ora ci si mette pure la babysitter.
Curioso, perché la
figura della babysitter nasce per occuparsi della prole in assenza dei
genitori, se ci sono il padre, la madre o i nonni diventa superflua.
O meglio, nasce per
sorvegliare i bambini quando i genitori vanno al cinema o a cena fuori, non per
sorvegliare il padre che sta sullo stomaco alla madre.
Però il signor S.S. è
stato costretto a digerire anche questo, altrimenti sarebbe stato conflittuale.
Alla fine anche i
Servizi si arrendono all’evidenza: la babysitter non serve a niente e arrivano
gli incontri liberi, senza più guardiani di nessun tipo.
Padre e figlio si
vedono due pomeriggi a settimana, senza pernottamento, senza mai un sabato o
una domenica.
Misure ancora
fortemente restrittive, ma rappresentano una grande conquista per chi ha sempre
subito l’imposizione del cane da guardia.
Ma soprattutto c’è
grande attesa per la liberazione finale che arriverà col provvedimento del
Tribunale, all’esito della relazione dei Servizi.
Il signor S.S. ha
sopportato anche l’insopportabile per tre anni di ostracismo senza limiti, alla
fine del percorso nutre la legittima aspettativa che per suo figlio vengano
stabilite misure “normali” che gli consentano di preparargli un pranzo, di
portarlo una domenica al circo, di raccontargli una favola per farlo
addormentare.
Però siamo a Roma dove
operano giudici molto particolari che, senza vergognarsi, riescono a produrre
questo
Affidamento condiviso, partono bene …
Poi però sbracano: tre ore due
pomeriggi a settimana, niente sabato, niente domenica, niente pernottamenti,
niente vacanze, impossibile persino cenare o pranzare insieme …
Però è affido condiviso, almeno
secondo la singolare interpretazione che ne fa il Tribunale per i Minorenni di
Roma.
Forse i giudici pensano che il bimbo sia
piccolo, sarebbe traumatizzante strapparlo dalle braccia della madre troppo a
lungo; va bene se trascorre 6 ore al nido, 5 coi nonni o 4 con la zia, ma guai
a lasciarlo col padre per 3 ore e mezza.
In fondo ha “solo” due anni e 9 mesi, forse
secondo i giudici bisogna attendere il compimento dei tre anni per avere il
pernottamento, le vacanze, etc.
Invece no
Si rischia di impazzire: aggiungono il
sabato o la domenica, ma tolgono uno dei due pomeriggi infrasettimanali.
E certo, questo padre mica può essere
invadente, se vuole la domenica deve pur rinunciare a qualcosa altrimenti
diventa troppo presente nella vita del figlio.
Ha il condiviso, che altro vuole?
Ho forti dubbi che questo sia il
diritto del minore alla bigenitorialità, ma per fortuna non sono un giudice.
Loro sanno tutto e decidono sempre al meglio, non so come facciano ma lo fanno.
Poco poco, piano piano, un po’ alla volta, senza fretta …
Dopo tre anni di ostracismo ed un anno
di osservazione dei Servizi con relazioni ottime, il Tribunale dice che il
diritto del minore è appagato con due visitine di 3 ore.
Di questo passo per trascorrere un
weekend col padre si dovrà arrivare al 2017, nel 2019 forse si potrà pensare al weekend più due pomeriggi, nel 2020 a 15 giorni di vacanza, per averne 30 dovrà aspettare la patente.
Sempre nel pieno rispetto del diritto
del minore e sempre se la madre non si oppone, altrimenti il padre o china la testa o diventa
conflittuale.
Facciamo chiarezza una volta per
tutte.
Avere un figlio non è circoscrivibile all’attività biologica
necessaria al concepimento, e nemmeno ai nove mesi della gravidanza; la scelta di procreare comporta un insieme di doveri che
entrambi i genitori assumono nei confronti del nascituro.
Nel
caso in cui uno dei genitori voglia emarginare l’altro dalla vita dei figli, un
sano attaccamento comporta che l’escluso non accetti passivamente di perdere o
limitare i contatti con la prole per assecondare il delirio di onnipotenza
dell’altro.
Tuttavia se osa
contrastare gli ostacoli, ovviamente con gli strumenti previsti dalla legge,
diventa conflittuale.
Quando la
percezione di genitorialità è su livelli diversi può accadere che un genitore
la intenda come “la
proprietà esclusiva del figlio è un mio diritto, stanne fuori”,
l’altro come “vorrei avere
anch’io uno spazio, la mia quota di doveri e compiti di cura”.
L’agito
dell’uno non è nemmeno paragonabile a quello dell’altro - nella forma e nella
sostanza, negli obiettivi e nelle motivazioni - ma una lettura miope non
permette di distinguere.
Sarebbero
conflittuali, al plurale.
Esiste
una conflittualità unilaterale, è ora saperla riconoscere senza più lavarsene le
mani.
Uno riconosce il ruolo dell’altro e la complementarietà delle
figure genitoriali, fondamentali nel processo di crescita dei figli; l’altro
riconosce solo il proprio ruolo e vorrebbe imporlo come modello unico alla
prole, disconosce il ruolo altrui, lo delegittima come inutile, superfluo.
Uno in
sintesi interpreta la genitorialità come monopolio, l’altro come
compartecipazione; se un genitore lotta per esserci solo lui e l’altro per esserci anche lui, non è possibile
ipotizzare una simmetria di piani valutativi.
Ma da noi
non sanno fare altro.
E li
paghiamo pure.